Paracoolander

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Sempre su Diacoblog - quest'oasi di professionismo giornalistico nel deserto dilettantistico del web italiano - trovate l'intervista di Pierluigi Diaco a Totò Cuffaro. In tutto, 1356 parole (8774 caratteri). 75 sono di Diaco, che anche in così poco spazio non rinuncia a offendere sintassi e ortografia. Le restanti 1281 sono farina del sacco di Cuffaro, che pure avendo tutto lo spazio per protestare la sua innocenza, non si abbassa a tanto. Si limita a riconoscere, bontà sua, che per non schiodare dalla poltrona dopo una condanna ci vuole molto coraggio, e lui ce l'ha: più o meno lo stesso coraggio di Gandhi. Ma non risponde a nessuna domanda in merito al processo. Anche perché queste domande Diaco non gliele fa. La domanda più cattiva è sui cannoli.

Presidente Cuffaro, se durante il dibattito d’aula dovesse percepire un clima ostile, ci vorrà più coraggio a restare al governo della Sicilia o a dimettersi? E lei cosa farà?
“Ci vorrà senz’altro più coraggio a restare che a lasciare tutto e ritornare a vivere da privato cittadino. Ma io come Gandhi penso che “Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio. Se si fa una cosa apertamente, si può anche soffrire di più, ma alla fine l’azione sarà più efficace. Chi ha ragione ed è capace di soffrire alla fine vince”. Ed io che le mie scelte le ho sempre fatte apertamente avrò il coraggio di non fuggire e restare a governare la mia meravigliosa terra così come i siciliani mi hanno chiesto e continuano a chiedermi”.


Questo è Cuffaro. E questo è Diaco. Il piccolo grande padre costituente del PD che ci siamo persi.
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